RECAP: cosa ho letto/visto tra aprile e maggio

È da tantissimo che non scrivo, tipo un mese e mezzo, se non due. Sono stata impegnatissima tra mille cose e fino adesso avevo pensato che avrei recuperato scrivendo tutti gli articoli delle cose che ho visto e letto e che non sono riuscita a scrivere in questo periodo. Mi sono resa conto, però, che si tratta di troppa roba e che ancora non ho abbastanza tempo per poter parlare approfonditamente di ogni cosa singolarmente. Perciò ho deciso che in casi come questo farò un articolo unico, raggruppandoli insieme per non escluderne nessuno e allo stesso tempo darmi un po’ di spazio per parlarvene. Mi fa sentire meno in colpa e allo stesso tempo parlo un po’ come ho sempre fatto! Consideriamola una nuova rubrica, un salvagente per quando proprio non ce la faccio ad essere costante nell’aggiornare il blog ma voglio comunque riuscire a comunicare e scambiare opinioni con voi!

Dunque, cominciamo dalle letture!

kimagure orange road
innanzitutto mi sono presa del tempo per leggere come si deve Kimagure Orange Road di Izumi Matsumoto, qui in Italia conosciuto come È quasi magia Johnny. Devo dire che mi aspettavo tutt’altro da un punto di vista narrativo: la storia di Kyosuke Kasuga, ragazzo dotato di poteri ESP, come tutta la sua famiglia da parte di madre, si svolge lungo i 25 volumetti della prima edizione italiana in una serie di episodi quasi tutti autoconclusivi o che portano avanti una tematica o un evento per un massimo di due episodi. Oltretutto la storia nemmeno riguarda i poteri di Kyosuke, che li usa solo per cacciarsi fuori dai guai, ma si concentra di più sulla sua eterna indecisione tra le due ragazze con cui stringe amicizia nella città in cui si è trasferito da poco: la vivace, ingenua e amorevole Hikaru (Tinetta nella versione italiana dell’anime brrrr) e l’affascinante e misteriosa Madoka (Sabrina in Italia). Purtroppo per me questo tipo di ritmo narrativo è piuttosto noioso: per prima cosa gli eventi si svolgono con molta rapidità e talvolta ciò li rende più assurdi, disegnati male o semplicemente carenti di dettagli. In secondo luogo non portano avanti quasi per nulla lo sviluppo dei sentimenti dei personaggi, il che significa anche che questi rimangono piatti e non subiscono alcuna crescita personale: Kyosuke continua imperterrito a sfruttare i poteri per trovarsi in due posti contemporaneamente, Madoka continua ad arrabbiarsi e perdonarlo, Hikaru a fraintendere ogni cosa che Kyosuke dice o fa… riesco a capire che il genere si basi proprio su queste cose, equivoci e situazioni al limite dell’assurdo, però a lungo andare diventa ripetitivo. Infatti immagino sia per questo che l’autore di tanto in tanto si ricorda di aver assegnato poteri ESP all’intera famiglia Kasuga e inserisce qualche sporadico episodio a tema sovrannaturale, fallendo secondo me miseramente nel tentativo di dare un twist più interessante all’intera faccenda. E perciò l’ultimo baluardo che probabilmente gli ha consentito di portare avanti la pubblicazione è stato il fanservice, soprattutto sfruttando la presenza scenica di Madoka, molto più carismatica di Hikaru tanto da occupare il primo piano di praticamente ogni copertina come una pin-up anni ’80. Ecco, forse l’unica cosa interessante era proprio questo mood anni ’80 che traspariva dalle capigliature vaporose, i vestiti e le discoteche in cui Kyosuke va con Madoka (e direi anche la facilità con cui questi ragazzini potevano procurarsi dell’alcol ahah). Insomma, un po’ deludente, compreso il modo in cui hanno concluso tutto, troppo frettoloso anche se con la mia ship preferita.

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ANIME REVIEW: Devilman Crybaby

Premesso che il mio unico approccio diretto con Go Nagai finora è stato un suo manga costituito da un solo volume, per di più consistente in un’opera decisamente di minore importanza rispetto a molte altre da lui prodotte, ho iniziato con cautela la visione di Devilman Crybaby su Netflix, temendo non potesse piacermi per tantissimi motivi.

Go Nagai è uno dei mostri sacri del mondo del manga ed è conosciutissimo in patria e in Italia per quelle che sono le sue opere di maggior successo, ovvero Mazinga e Jeeg Robot d’acciaio. Devilman è la sua terza grande opera (tale addirittura da essere comparso in diversi crossover) che, grazie alle proprie tematiche dark mescolate ad immagini horror, è capace di colpire in maniera efficace il lettore e, in questo caso, lo spettatore. Io vi parlerò da profana, non avendo ancora mai letto l’opera originale, ma spero proprio per questo di convincere anche voi, se ancora siete indecisi a dare una possibilità a questo remake.

Devilman Crybaby pare infatti distinguersi dall’opera originale e dagli OAV che lo hanno preceduto sotto diversi aspetti, in primis questo particolare aggettivo affiancato al titolo: crybaby significa letteralmente “piagnucolone” ed è questo ciò che caratterizza il nostro protagonista, Akira Fudo, liceale che scopre dell’esistenza dei demoni grazie alle rivelazioni del suo vecchio amico di infanzia Ryo Asuka. Ryo infatti ha scoperto, durante uno dei suoi viaggi insieme ad uno studioso, che i primi abitanti della Terra erano proprio i demoni, che ora vogliono riappropriarsi del pianeta. Per farlo però necessitano di un corpo solido e dunque si impossessano degli umani, riuscendo a soggiogarne l’animo in quanto esseri più potenti guidati esclusivamente da un istinto violento. Ryo propone quindi ad Akira l’unica opzione possibile: che Akira si fonda con un potente demone di nome Amon. Akira e Ryo partecipano dunque ad un sabba, occasione di cui i demoni approfittano per impossessarsi di umani in preda ad alcol e droghe, e Akira si trasformerà così in Devilman: Akira continuerà a distinguersi dai demoni comuni poiché riuscirà a mantenere il proprio animo umano, capace di provare sentimenti come tristezza e amore (e per questo è un crybaby, dato che perfino in forma demoniaca si lascerà andare a lunghi pianti).

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La trasformazione fisica dovuta alla fusione col demone Amon ha sicuramente fatto bene ad Akira, in tutti i sensi lol

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MANGAKA: CLAMP

Nel corso degli anni in cui ho capito cosa fossero i manga, ho imparato ad associare titoli e autori famosi tra loro e ho iniziato la mia personale collezione, le CLAMP sono sempre state una costante del mio percorso nel mondo del fumetto giapponese.

Inizialmente comprensivo di ben undici membri, le opere dell’attuale famoso quartetto, composto esclusivamente da donne, ci sono giunte sia nel formato cartaceo che in quello anime e infatti così io le ho “conosciute”, con la visione di Card Captor Sakura su Italia 1 nei pomeriggi dopo scuola. All’epoca mi piacque così tanto che per carnevale avevo il suo costume completo di scettro e la sua bambola. Ritrovarla in seguito anche in fumetteria mi ha quindi permesso di avvicinarmi a tutte le altre opere delle CLAMP.

Di conseguenza sono al momento in mio possesso la succitata Card Captor Sakura, Tsubasa RESERVoir CHRoNiCLES, xxxHolic, Chobits, RG VEDA, L’uomo per me, Miyuki in Wonderland, Rayearth 1 e 2, X e ancora ne mancano molte alla mia lista di quelle arrivate in Italia, ma ci bastano per aver già una visione piuttosto completa dello stile, dei contenuti e del modus operandi delle CLAMP, tutti particolarissimi e unici.

Ma chi sono le componenti di questo gruppo che debuttò nel 1989?
Innanzitutto c’è Ogawa Nanase (prima conosciuta come Ogawa Ageha), che è la leader del gruppo e quindi colei che decide quali progetti portare avanti e in che modo, oltre a scriverne le sceneggiature.
Mokona (prima nota come Mokona Apapa) invece è la disegnatrice principale di quasi tutte le storie delle CLAMP e questo si vede grazie al suo tratto inconfondibile nel disegnare connotati e dettagli in maniera precisa, quasi maniacale.
Poi c’è Tsubaki Nekoi (chiamata precedentemente Mick Nekoi) ha creato la carinissima mascotte che troviamo in alcuni manga del gruppo ovvero Mokona Modoki (sì, ha preso il nome della propria collega!) ed è disegnatrice principale di alcune storie, mentre nella norma è addetta alla revisione.
Infine c’è Satsuki Igarashi, che stende i retini e assiste Nekoi nella revisione e correzione delle tavole, è la graphic designer del gruppo per quanto riguarda le copertine dei volumi e decide quali progetti hanno la priorità sugli altri.

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A quanto pare la Mokona indossa sempre kimono lol mentre la Nekoi è quella che mi piace di più esteticamente ❤

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DRAMAtique: ATELIER

Continuiamo ad esplorare i jdrama che propone Netflix, stavolta concentrandoci su uno in particolare di sua produzione dalle tematiche decisamente inusuali!
Mi riferisco ad Atelier (o Underwear, come titolato in giapponese), una serie tv che vede al centro dell’intreccio una boutique dell’intimo di alta qualità.

L’atelier Emotion è popolato da una squadra di specialisti della moda e del cucito, a cominciare dalla sua rigida proprietaria e designer di punta Mayumi Nanjo e proseguendo con i suoi sottoposti, ognuno specializzato in uno dei settori della catena di produzione del negozio. A loro si unisce la nostra protagonista, Mayuko (e la somiglianza col nome della proprietaria della boutique fa già intendere che le due saranno strettamente a contatto), una ragazza di campagna con l’atipica passione per i tessuti che inizia una sorta di tirocinio alla Emotion.

mayumi emotion

Essendo circondata da professionisti del settore, inizialmente Mayuko si sente sopraffatta e quasi inutile per la realizzazione dei progetti in corso alla Emotion, come le creazioni di nuove linee di intimo e le sfilate di presentazione che si tengono direttamente all’interno del negozio. Ma presto riesce a farsi valere con la signora Nanjo e ottiene anche lei il proprio ruolo all’interno della Emotion, non senza numerosi problemi!

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My Bookshelf: Stupore e tremori

Questo mese una lettura veloce ma particolare, con protagonista una donna altrettanto particolare: Amélie Nothomb. È stato il mio primo approccio con questa autrice di origine belga che ha vissuto abbastanza a lungo in Giappone da essere perfettamente bilingue, una donna davvero fuori dagli schemi per il suo modo di osservare il mondo che la circonda, estraniandosene tra fantasie e sogni.

Stupore e tremori - Amelie Nothomb

Amélie in Giappone ci è nata, precisamente a Kobe, dunque si sente molto legata a questo paese che però ha regole e formalità non scritte piuttosto rigide e a lei non congeniali, soprattutto per via della sua personalità a dir poco originale. Tramite questo breve racconto della sua esperienza in un’azienda giapponese, cerca di riavvicinarsi al Giappone, che le ha regalato una bellissima infanzia e allo stesso tempo le ha fatto vivere un’esperienza al limite della sua stessa fantasia, facendole realizzare che non è la società che può definire ciò che sei e qual è il tuo valore.

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Amélie Nothomb

Amélie dunque inizia a lavorare per questa azienda di import-export e viene assunta proprio in virtù del suo bilinguismo, ma fin da subito è relegata a mansioni di dubbia utilità, come il fare fotocopie o portare caffé. Qualsiasi altra iniziativa è ferocemente negata dai suoi superiori, in particolare dalla signorina Fubuki Mori, per la quale Amélie inizialmente prova una grande ammirazione: Fubuki è bellissima, la tipica bellezza giapponese, lavora in maniera precisa, praticamente perfetta, ma in realtà cela un’indole vendicativa e rancorosa che porterà Amélie ad una rapida e umiliante discesa nella gerarchia dell’azienda. Dopo una serie di tentativi grossolanamente falliti di Amélie di portare a termine compiti ardui come il controllo dei rimborsi spese di tutti i dipendenti in viaggio per l’azienda e successivamente anche il compimento di un incarico affidatole dal responsabile di un altro reparto Fubuki le affida il degradante compito di occuparsi della pulizia dei bagni del piano.

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HOME CINEMA – Full Metal Alchemist Film Live Action

Ok, non si tratta di una produzione americana come è stato per il film di Death Note. Ma diamine.

Pare che di recente si divertano in tutto il mondo a fare live action di altri media di successo internazionale. Non bastava la Disney, lo fanno anche in Giappone. In particolare, stavolta, la vittima è stato Full Metal Alchemist, gentilmente offertoci dall’onnipotente Netflix anche nelle sue due versioni animate. Avendo apprezzato molto il manga tanto da averci già fatto molto tempo fa una recensione qui sul blog, non potevo esimermi dalla visione di questo film, che si è rivelata essere un’agonia quasi al pari di Death Note. Dico quasi perché perlomeno fino ad un certo punto, la storia è la stessa. Per il resto, anche in questo caso, è un disastro.

Ritroviamo dunque i nostri fratelli Elric nel corso della loro ricerca della fantomatica pietra filosofale. Come ben sappiamo ormai tutti, essa serve loro per poter ridare almeno un corpo umano al povero Alphonse, la cui anima è installata in un’armatura, dopo il tentativo fallito dei due fratelli di riportare in vita la madre defunta andando contro le leggi dell’alchimia. E già a proposito della trasmutazione umana della madre ho da ridire.

Trisha Elric muore per malattia quando i due fratelli sono piccoli ma già piuttosto in gamba con l’alchimia, così decidono di raccogliere gli “ingredienti” necessari per ricreare un corpo umano. Sanno di star per compiere una trasmutazione eticamente vietata e considerata tabù dalla comunità di alchimisti e infatti questa non va a buon fine, con il “corpo” di Trisha completamente tumefatto e disarticolato. Una visione mostruosa che ha richiesto ad Edward e Alphonse un pagamento fisico e che fossero loro stessi a sopprimere quella creatura così distante dalla madre.

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GG – Games&Gadget: Doki Doki Literature Club

IN QUESTO ARTICOLO CI SARANNO PESANTI SPOILER DEL GIOCO, se hai intenzione di giocarlo senza sapere niente, torna quando lo avrai provato!

Quando ho deciso di giocare a questo gioco mi ero, ahimè, già fatta qualche spoiler: conoscevo già le sembianze e i nomi dei personaggi ma soprattutto ero al corrente di un particolare avvenimento nel corso della storia. Tuttavia ho pensato di giocarlo lo stesso in quanto gratuito su Steam, dalla grafica carina e poiché il suo format era a me familiare.

Doki Doki Literature Club, infatti, appare all’inizio come un comune galge: una visual novel dove l’obbiettivo è conquistare una delle ragazze da cui il giocatore si troverà circondato. Questo ovviamente non limita l’esperienza di gioco, anzi, in un galge si può provare a fare tutte le route e quindi conquistare tutte le ragazze disponibili. Il punto è che Doki Doki Literature Club non si limita ad essere un semplice galge e, da quando l’ho giocato completando due finali alternativi sui vari che si possono ottenere, ho sentito il bisogno di parlarvene, perché c’è tantissimo da dire.

Ma andiamo con ordine.

Suddette ragazze, che incontreremo una dietro l’altra dopo poche schermate di dialogo, fanno parte del club di letteratura della scuola e noi giocatori verremo praticamente trascinati all’interno di questo club da una di loro, la nostra vicina di casa e amica d’infanzia Sayori. Gli altri membri sono ragazze una più carina dell’altra e che rispondono a qualunque gusto voi possiate avere, perché tutte corrispondenti ad un dere, cioè uno stereotipo che già troviamo diffusissimi in manga e anime: se Sayori infatti è la Deredere fatta e finita (cioè una ragazza dall’animo positivo, allegro, un po’ ingenuo e tenero), Natsuki invece è la tipica tsundere (che mostra quindi il suo lato scorbutico per nascondere quello più dolce), Yuri è una kuudere (avendo un carattere enigmatico, più timido e silenzioso, e mostrando distacco dal mondo circostante) e infine Monika è la perfetta presidentessa del club, bella e brava in ogni cosa.

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