HOME CINEMA: Hotarubi no mori e

Ogni tanto riesco a trovare il tempo di guardare qualcosa, di tempo ne avevo poco quindi ecco che la mia scelta è ricaduta su Hotarubi no mori e.

Ok, parliamo innanzitutto del fatto che questo mediometraggio di 45 minuti mi è stato suggerito da quella che si suppone debba essere la mia migliore amica. Dunque colei che dovrebbe volere solo la mia felicità. E invece no. Perché dopo la visione di Hotarubi no Mori e (letteralmente “Verso la foresta della luce delle lucciole”) tutto ho provato meno che la felicità.

La mia suddetta amica ha dovuto sorbirsi la mia frustrazione tramite Whatsapp, adesso tocca a voi.

La Brain’s Base è la casa di produzione di questo breve film d’animazione tratto da un manga dell’autrice Yuki Midorikawa. Il tankobon originale include quattro one-shot, ognuna dedicata ad una stagione, nel caso di Hotarubi l’estate.

La protagonista è una bambina di nome Hotaru, che ogni estate va a stare dagli zii in un villaggio di montagna. La Montagna del Dio, vicino cui sorge il villaggio, è un luogo pericoloso in cui nessuno degli abitanti osa addentrarsi. Ma le dicerie e superstizioni non sono sufficienti per fermare la curiosità di un bambino e Hotaru un giorno decide di avventurarsi ed esplorare la foresta, perdendovisi. Per la stanchezza e la disperazione, inizia a piangere, attirando così uno yōkai (uno spirito) di nome Gin. Gin ha aspetto umano ma porta sul viso una maschera di volpe e mette da subito in guardia Hotaru sulla maledizione che pende su di lui: se verrà toccato da un umano, scomparirà. Tra i due nascerà una particolare amicizia che continuerà anche col passare degli anni e la crescita di Hotaru, finché entrambi inizieranno a provare qualcosa l’uno per l’altra.

Ed è qui che adesso vi voglio.

Come possono pensare di poter stare insieme e avere un qualsiasi tipo di relazione due entità diverse come uno yōkai e un essere umano, che non possono nemmeno toccarsi?

Hotaru più volte, anche da adolescente, desidera poter anche solo prendere per mano Gin, ma deve sempre trattenersi per evitare che egli scompaia. E pur di non rinunciare alle loro estati, le quali sono attese con impazienza da entrambi, i due sono disposti a sopportare l’assenza di contatto fisico, naturale desiderio umano nel corso di un rapporto, che sia d’amore o d’amicizia. Questa condizione è già frustrante così com’è, senza contare poi il distacco lungo tre stagioni.

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La parte che ancor di più fa cascar le braccia è il finale. Talmente inaspettato nella sua… semplice idiozia (non saprei che altra parola usare) che ti lascia a bocca aperta, incapace di formulare alcunché per qualche secondo, per poi passare ad aperte ed esplicite bestemmie. Non lo rivelerò ovviamente, nessuno spoiler.

Non fraintendetemi, nonostante il finale mi lasci parecchio amareggiata, Hotarubi è un prodotto niente male.

Innanzitutto la grafica è piacevole: i disegni sono semplici ma alla vista sono gradevoli grazie anche ai colori tenui usati lungo tutto il mediometraggio.

Inoltre, appena finito, mi ha subito stimolato riflessioni su alcune cose.

La vita è da sempre considerata qualcosa di prezioso, perché breve ed effimera. Gin fu abbandonato da neonato nella foresta e solo l’intervento del dio della montagna ha fatto sì che potesse continuare a vivere, seppur come uno spirito. Gin è consapevole dell’opportunità che gli è stata donata e questa consapevolezza si manifesta anche attraverso la maschera che indossa per sembrare di più uno spirito. Una maschera che nasconde quindi la verità della sua condizione, ovvero quella di qualcosa destinato a scomparire al solo tocco umano, un gesto semplice eppure fortemente desiderato da entrambi i protagonisti.

La divinità, in particolare, è ciò che più mi causa dei grattacapi.

Non ho mai ricevuto una educazione religiosa, quel che so è grazie agli studi di storia e alla mia curiosità, unite alle mie capacità di rielaborazione e interpretazione personale. Quindi il comportamento del dio della montagna mi ha lasciata con un conflitto in testa che per il quarto d’ora seguente alla visione non mi ha dato pace.

Gin era destinato a morire dopo esser stato abbandonato ma il dio, mosso a pietà, gli diede quella vita da spirito. Se è vero che un dio è onnipotente (avendo potuto cambiare la natura umana di Gin) e onnipresente (conosciuto e temuto da ogni altro spirito della foresta, tanto da prestar attenzione a non farlo infuriare), perché non è intervenuto di nuovo dopo aver assistito al crescente sentimento tra Hotaru e Gin? Credo sia la cosa che più mi ha frustrata di tutto il film! Ma come mi è stato detto, un dio non può sottostare ai nostri capricci, le condizioni che aveva imposto andavano rispettate e anche Gin lo sapeva. Un dio allora non è davvero onnipotente, ho pensato, se non può decidere di cambiare ciò che egli stesso ha fatto in precedenza. Ma dopotutto, parliamo di un dio di una montagna isolata, solo quello è il suo regno e il suo potere è circoscritto da esso. Non può quindi compiere un altro atto di compassione più grande del precedente.

Per questo Hotaru e Gin vivono ogni attimo passato insieme con grande intensità, che sia stare sdraiati sul prato o andare al matsuri degli spiriti.

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Ho così percepito fortemente il concetto classico di mono no aware, letteralmente “sentimento delle cose”, presente in grandi e importanti opere della letteratura giapponese come il Taketori monogatari e il Genji monogatari. È la consapevolezza del trascorrere delle cose e della loro finitezza, unita al senso di rammarico, di malinconia che scaturisce da essa. L’intera pellicola è permeata dall’aware, percepibile attraverso i colori tenui, i silenzi, i canti delle cicale, le espressioni e i gesti dei personaggi, accentuato poi infine appunto dal finale, quantomeno realista e che non lascia alcuna illusione, ma semplicemente sostiene il detto “La vita va avanti”. Ed è incredibile constatare, anche per via della mia esperienza personale, quanto ciò sia vero.

Per concludere questo articolo, ringrazio quindi la mia amica Federica, che non vuole evidentemente suggerirmi cose allegre e felici ma perlomeno me ne suggerisce di buona qualità.

Trovate il mediometraggio anche su Youtube perciò ne consiglio caldamente la visione, specie se state facendo pausa dallo studio: non rimetterete la faccia sui libri per un po’, poiché vi ritroverete a porvi un sacco di domande sul senso della vita (come se non bastasse il momento prima di prendere sonno).

No, sul serio, guardatelo perché, nonostante la sofferenza, mi è piaciuto molto e merita davvero!

Vi do quindi appuntamento questo weekend, con la seconda intervista sulla moda giapponese 😀 non mancate e seguite la pagina facebook del blog, Kotodama and Tea Time, per non perdervi mai gli aggiornamenti!

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