MANGA REVIEW: Bakuman

Ho iniziato ad avvicinarmi sul serio ai manga intorno ai tredici anni e a quell’età ero a malapena riuscita a capire dove diavolo potessi comprarli. Fu quindi sorprendente per me, pochi anni dopo, la prima lettura di Bakuman, prodotto dai famosissimi autori di Death Note, Tsugumi Ohba e Takeshi Obata.

Bakuman ci parla della strada piena di ostacoli e fatica che Moritaka Mashiro e Akito Takagi decidono di affrontare per diventare mangaka famosi e pubblicare sul più importante settimanale di manga, Weekly Shōnen Jump.

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Saiko e Shujin

Mashiro, chiamato da tutti Saiko (lettura diversa dei suoi kanji che significa “il migliore”), è un ragazzo delle medie sfiduciato sul proprio futuro: in Giappone è cosa comune per gli studenti aspirare a entrare in una buona università e poi in una buona azienda, mentre Mashiro si sente estraniato da questa prospettiva che non lo stimola. L’unica cosa che sembra affascinarlo è la sua compagna di classe Miho Azuki, che osserva di sottecchi e di cui disegna ritratti sul proprio quaderno, alla quale però non riesce a dichiararsi. Un pomeriggio, Mashiro dimentica il quaderno in aula e andando a riprenderlo viene a contatto con Takagi, in seguito chiamato Shujin (anche in questo caso, leggendo diversamente i kanji del suo nome si ottiene il significato di “carcerato”), che ha visto i disegni di Mashiro e gli propone di diventare mangaka insieme a lui. Inizialmente Mashiro è molto scettico e rifiuta la proposta, poiché conosce bene il duro lavoro che comporta essere un fumettista: lo zio infatti era un mangaka e dopo il primo successo fece molta fatica a ottenere la pubblicazione di un’altra serie, tanto da morire per l’eccessiva dedizione al lavoro. Ma Takagi trova subito il modo per stimolare l’interesse di Mashiro e riesce a portare il compagno nei pressi della casa di Miho Azuki, dove Mashiro e la ragazza si scambieranno una solenne promessa: raggiunti i loro sogni, cioè quello di ottenere un anime dal manga di Mashiro e Takagi e che Miho diventi una doppiatrice per dar voce all’eroina di quell’anime, i due si sarebbero sposati.

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La proposta di Saiko a Miho

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DRAMAtique: Terrace House

Oltre ai programmi divertenti di cui ogni tanto ci capita di vedere spezzoni su Facebook, anche in Giappone pare piaccia il genere reality in tv. Netflix sembra aver intuito il potenziale che soprattutto Giappone e Corea hanno in fatto di serie tv e intrattenimento in generale ed è per questo che mi trovo qui a parlarvi di Terrace House! Lo inserisco nella mia categoria “DRAMAtique” poiché, anche se non è una vera e propria serie tv, è comunque composta da più stagioni.

Possiamo paragonare Terrace House al nostro Grande Fratello. Ma meglio! I giapponesi hanno preso un format e non lo hanno semplicemente copiato, ma lo hanno reso migliore di quello ormai colmo di trash a cui siamo abituati.

Come avrete capito, dunque, ci troviamo in una casa super bella con inquilini che non si conoscono tra loro. Cosa c’è di diverso?

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CULTURE CLUB: Nikki, i diari giapponesi

Il 14 giugno era il “giorno del diario”, istituito in ricordo della piccola Anna Frank che col suo diario, regalatole dal padre, ci ha permesso di venire a conoscenza della sua esperienza.

Questo mi ha fatto pensare che, in Giappone, la letteratura ci offre proprio un genere dedicato a questi ricettacoli di ricordi, i cosiddetti nikki. Questo genere, nel corso dei secoli, insieme al monogatari e altri generi di narrativa, ha portato allo sviluppo dello shōsetsu, il romanzo giapponese. Inoltre, visto anche che, sempre su questo blog, ho iniziato a parlarvi del metodo bullet journal e di come utilizzarlo nella propria agenda, mi sembra giusto anche ricollegarmi all’attualità giapponese, che comprende in particolare le agende midori e hobonichi.

Partendo dalla vera e propria definizione di nikki, la parola significa letteralmente “cronaca giornaliera, diario”, ma in realtà non sempre riporta fatti in ordine cronologico e quotidiano. Infatti, in realtà, i nikki nascono come una ricerca estetica per la ricreazione della storia della propria vita. Il nikki si distingue da altri generi del suo periodo, cioè l’epoca Heian, per diverse caratteristiche:

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ANIME REVIEW: Shingeki no Kyojin

Sì, finalmente mi sono decisa. Ho guardato Shingeki no Kyojin. Ci sono voluti anni, eh, ma vi ho raggiunto, maledetto gregge di pecore. Ora finalmente faccio parte di voi. Dov’è il Levi che mi spetta?

Shingeki no Kyojin per me è stato una sorpresa. Finora l’avevo ignorato perché nella mia testa avviene questa discussione interiore:“È mainstream? Ah allora mi sa che non lo guardo… leggo commenti di gente troppo esaltata, mi passa la voglia”. Non so il perché, ma succede questo. Ma finalmente l’ho visto e posso dire di non esser rimasta delusa.

La trama penso la conosciamo ormai tutti, ma non si sa mai, magari qualcuno di voi si sta approcciando ora ad anime e manga, quindi farò una breve sinossi.

Ci troviamo in un mondo post-apocalittico dal mood vagamente medievale, in cui il genere umano è stato decimato e confinato dietro tre mura concentriche altissime, che servono per proteggere ciò che resta della popolazione da ciò che l’ha minacciata un secolo prima, i giganti. Questi sono delle creature deformi e goffe ma enormi e dalla forza distruttiva che si nutrono degli esseri umani. Per difendere le mura da eventuali attacchi del nemico, sono stati istituiti tre differenti corpi militari, in uno dei quali si arruoleranno i protagonisti: Eren, Mikasa e Armin, tre ragazzini che hanno perso tutto dopo un recente attacco dei giganti, il primo dopo cento anni. Eren, in particolare, è decisissimo ad eliminare quindi tutti i giganti, poiché ha visto la madre venir mangiata viva da uno di essi.

Attack on Titan Eren

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