ANIME REVIEW: Devilman Crybaby

Premesso che il mio unico approccio diretto con Go Nagai finora è stato un suo manga costituito da un solo volume, per di più consistente in un’opera decisamente di minore importanza rispetto a molte altre da lui prodotte, ho iniziato con cautela la visione di Devilman Crybaby su Netflix, temendo non potesse piacermi per tantissimi motivi.

Go Nagai è uno dei mostri sacri del mondo del manga ed è conosciutissimo in patria e in Italia per quelle che sono le sue opere di maggior successo, ovvero Mazinga e Jeeg Robot d’acciaio. Devilman è la sua terza grande opera (tale addirittura da essere comparso in diversi crossover) che, grazie alle proprie tematiche dark mescolate ad immagini horror, è capace di colpire in maniera efficace il lettore e, in questo caso, lo spettatore. Io vi parlerò da profana, non avendo ancora mai letto l’opera originale, ma spero proprio per questo di convincere anche voi, se ancora siete indecisi a dare una possibilità a questo remake.

Devilman Crybaby pare infatti distinguersi dall’opera originale e dagli OAV che lo hanno preceduto sotto diversi aspetti, in primis questo particolare aggettivo affiancato al titolo: crybaby significa letteralmente “piagnucolone” ed è questo ciò che caratterizza il nostro protagonista, Akira Fudo, liceale che scopre dell’esistenza dei demoni grazie alle rivelazioni del suo vecchio amico di infanzia Ryo Asuka. Ryo infatti ha scoperto, durante uno dei suoi viaggi insieme ad uno studioso, che i primi abitanti della Terra erano proprio i demoni, che ora vogliono riappropriarsi del pianeta. Per farlo però necessitano di un corpo solido e dunque si impossessano degli umani, riuscendo a soggiogarne l’animo in quanto esseri più potenti guidati esclusivamente da un istinto violento. Ryo propone quindi ad Akira l’unica opzione possibile: che Akira si fonda con un potente demone di nome Amon. Akira e Ryo partecipano dunque ad un sabba, occasione di cui i demoni approfittano per impossessarsi di umani in preda ad alcol e droghe, e Akira si trasformerà così in Devilman: Akira continuerà a distinguersi dai demoni comuni poiché riuscirà a mantenere il proprio animo umano, capace di provare sentimenti come tristezza e amore (e per questo è un crybaby, dato che perfino in forma demoniaca si lascerà andare a lunghi pianti).

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La trasformazione fisica dovuta alla fusione col demone Amon ha sicuramente fatto bene ad Akira, in tutti i sensi lol

La tematica della sensibilità umana che sembra essere ormai perduta è quindi presente anche in questa serie riadattata ai giorni nostri e, anzi, rispecchia forse ancor più di una volta la deriva verso cui il genere umano si sta dirigendo. Domande dall’alto valore morale iniziano a farsi strada in Akira, negli altri personaggi coinvolti e nello spettatore stesso, creando un conflitto interiore pesantissimo poiché esse sono cariche di una consapevole impotenza davanti alla malvagità dilagante e no, non mi riferisco a quella dei demoni. Per quanto questi ultimi infatti portino solo distruzione e morte, è in primo luogo il genere umano ad essere causa di tutti i disastri che vengono a crearsi nel corso della storia. Il sesso e la droga in questo contesto sono estremizzati ad un punto tale da essere privi di significato, risultando in quella che in realtà è la punta dell’iceberg della rovina del genere umano, corrotto, malvagio, indifferente e violento verso i propri simili e per nulla interessato a ottenere una redenzione per le proprie azioni. Per questo non viene lasciato nulla all’immaginazione, anzi, viene mostrata la nuda e cruda verità allo spettatore, senza censurare le immagini psichedeliche e gore in cui demoni grotteschi e disgustosi fanno sesso o smembrano esseri umani e ne divorano i resti. Smorfie, corpi dilaniati e violenza varia sono parti integranti di scene disturbanti e orrorifiche, condite da una colonna sonora che trasmette tutta la confusione e il panico in cui versa il mondo.

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Immagino che l’impatto di certe visioni sia stato tremendo negli anni ’70 quando uscì il manga, specie per i lettori giapponesi. Oggi invece siamo perennemente “bombardati”, metaforicamente e letteralmente, da immagini di eventi orribili e tutto passa attraverso i media, in particolare in digitale, facendo sì che ogni cosa venga percepita come lontana e a noi estranea, quasi fantascientifica. Questo viene reso in Devilman Crybaby tramite la seconda differenza più evidente rispetto all’opera originale, ovvero l’inserimento dell’intreccio in un contesto più attuale, grazie alla presenza di smartphone e internet, offrendo così una chiave di lettura più contemporanea ma valida esattamente come l’originale.

Questi cambiamenti non li ho trovati assolutamente forzati e, anzi, forse mi hanno reso più godibile un anime che di per sé non ha nulla a che vedere con quello che l’industria dell’animazione giapponese di oggi offre e per questo difficile da guardare se si è abituati ad una certa grafica e un certo design. Le animazioni e i disegni sono infatti distantissimi dallo stile moe e kawaii che prevale oggi: in Devilman Crybaby avviene un restyling del chara design, operato dal regista Masaaki Yuasa, che di primo acchito ha fatto storcere il naso a molti per via di un’apparente sproporzione dei connotati e dei corpi dei personaggi, ma che io invece ho trovato sempre più appropriato man mano che proseguivo nella visione. Questo stile di disegno dal tratto pulito e semplice è perfetto per le animazioni fluide e rapide che si avvicendano soprattutto nelle battaglie. Ogni scena d’azione è accompagnata, per di più, da una grandiosa colonna sonora, degna di questa versione modernizzata di un personaggio iconico (ascoltatevi la Devilman no Uta, la adoro).

I messaggi che trasmette questa serie sono numerosi e per nulla facili da commentare. Si potrebbe stare a disquisire per ore sugli spunti di riflessione che ci offre questo anime: quanto l’umanità meriti o meno di restare su questa terra; quanto noi esseri umani necessitiamo i legami che creiamo tra di noi, sia fisici che mentali, sia quelli positivi che quelli suscitati da sentimenti negativi come paura, invidia e odio; qual è il nostro destino in questa e forse in altre vite; l’esistenza o meno di qualcosa più grande di noi; fino a dove può spingersi l’animo umano prima di rovinarsi completamente… credo che più visioni di Devilman Crybaby possano stimolare tantissimi pensieri di natura spirituale e sociale, ogni volta diversi e nuovi perché scaturiti magari dai rapporti tra i personaggi (come quelli tra Akira e Ryo, Akira e Miki, le due Miki compagne di scuola, o anche quello di devozione tra Sirene e Kaim) o dalle situazioni disperate dovute all’Apocalisse incombente.

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Devilman Crybaby tiene incollati allo schermo e in dieci episodi riesce a farti provare un disagio esistenziale che poche altre opere sono in grado di suscitare. Personalmente la visione di questo anime mi ha convinta ha recuperare al più presto il manga, che è stato anche ristampato dalla J-Pop ed è dunque facilmente reperibile. Considerando inoltre che, nonostante la sua modernizzazione, è anche fedele al manga, non c’è dubbio che Devilman Crybaby sia un prodotto a mio parere pienamente riuscito sotto ogni punto di vista.

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