Italians do it better – Giacinto e Agape di Martina Masaya

Ieri era San Valentino e non si può celebrare il grande potere dell’amore al di sopra di tutte le cose senza parlare di un topos letterario che forse non tutti conoscono ma che è reso ancor più esemplare dalla mano di Martina Masaya, nel suo fumetto Giacinto. Ho conosciuto un po’ per caso questa autrice, il cui stile ad acquerello mi ha conquistata subito per la sua unicità. Ho dunque comprato al volo Giacinto non appena uscì al Lucca Comics 2016 e non ne sono assolutamente rimasta delusa, anzi, ho comprato di corsa anche Agape, uscito invece allo scorso Lucca, dove ho anche avuto il piacere di incontrare Martina di persona (ragazza gentilissima e carinissima!)

Disclaimer: nessuna di queste immagini mi appartiene, ma sono dell’autrice e di ManFont, esse vengono utilizzate a solo scopo illustrativo del fumetto in questione.

Personalmente ho frequentato il liceo classico, quindi il tema della mitologia greca mi è molto familiare. Devo ammettere, dunque, che mi piace moltissimo ritrovarlo anche nel fumetto italiano e che vengano scelti miti meno noti ma comunque significativi come quello dell’amore tra il principe spartano Giacinto e il dio del sole Apollo.

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Con un’eleganza e una delicatezza disarmanti, Martina ci introduce i due protagonisti e ci conduce per mano lungo lo sviluppo del loro rapporto “illecito” (poiché un dio non poteva amare un mortale, malgrado ci siano molti precedenti che dimostrino il contrario, ma in effetti quanti di questi amori si sono rivelati positivi e a favore del mortale?), senza lasciare nulla al caso. Infatti, l’idillio dei due, espresso tramite i loro incontri amorosi anche piuttosto espliciti, viene ben presto scosso dalla rabbia di un dio minore, Zefiro, il dio del vento anch’egli innamorato di Giacinto, finora rimasto in disparte. Tutto avviene secondo il mito, quindi non aspettatevi assolutamente un lieto fine: Martina rispetta la tradizione e allo stesso tempo la fa propria, suscitando sentimenti profondi nel lettore e nei pochi personaggi coinvolti con le sue pennellate delicate e intense al tempo stesso, anche nei momenti culminanti della storia.

Questo fumetto, dunque, per me è perfetto in ogni cosa.

A partire dai personaggi stessi, talmente affermati nell’immaginario delle leggende da risultare forse difficili da gestire e reimmaginare, nelle mani di Martina divengono “original characters” in tutto: il chara design sembra appena abbozzato, per via del tratto semplice dell’autrice, eppure è efficace grazie anche ai colori che contraddistinguono ogni personaggio. Martina tiene assolutamente in considerazione le descrizioni tradizionali di ciascuno di loro, senza però esserne condizionata completamente, donando loro la freschezza della novità.

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La scelta stessa del mito è stata azzeccata, a mio parere, perché sicuramente ha dato più libertà all’autrice nel presentarci la relazione tra i due amanti e la gelosia corrosiva di Zefiro. Addirittura è riuscita a inserire riferimenti a miti relativi al dio Apollo, come quello che coinvolgeva la ninfa Dafne, e alla dea Afrodite e al figlio Eros, che pur non comparendo viene giustamente accusato da Apollo di essere la causa del suo amore per Giacinto. Questo mito inoltre si distingue per essere un racconto di un amore omosessuale, in particolare un caso di pederastia, ovvero un rapporto tra due uomini di età diversa (solitamente uno dei quali è un adolescente, proprio come Giacinto). Ciò non viene assolutamente dimenticato da Martina, che infatti ci mostra come Apollo, oltre ad unirsi carnalmente al principe mortale, si prenda cura di Giacinto cercando di insegnargli le virtù di cui egli era patrono, ovvero la poesia e la musica, la caccia e il tiro con l’arco e del disco, tutte cose che servivano ad un giovane greco per esser considerato un uomo compiuto. La stessa presenza di Zefiro fa capire quanto Martina si sia informata sul mito, poiché questo è trattato in numerose fonti e se, per esempio, prendiamo come riferimento le Metamorfosi di Ovidio, Zefiro non è in alcun modo nominato né responsabile della fine di Giacinto, mentre in Filostrato il Giovane troviamo conferma delle azioni di Apollo nel fumetto, quando chiede a Giacinto di poter stare con lui in cambio dei suoi insegnamenti.

I colori sono, come dicevo, intensi e delicati allo stesso tempo, perché gli acquerelli vengono intensificati ad esempio sì nei rossori dei personaggi e dal sapiente accostamento dei colori stessi, ma anche dai contorni meno incisivi e più vicini appunto ai colori principali dei personaggi. Il tutto risulta davvero piacevole in ogni santa vignetta, come se ogni cosa e ogni personaggio emanasse una propria aura.

Il messaggio finale del mito può essere inteso su diversi livelli: nemmeno gli dei hanno potere sul destino dei mortali, ma possono preservarne il ricordo sconfiggendone così la morte terrena: nel caso di Apollo, come avvenne per Dafne che divenne alloro e il dio ne porta le foglie sul capo, Giacinto diviene il fiore purpureo simbolo del dolore del dio, con inciso sui petali il suo lamento ai ai; per Zefiro invece Filostrato il Vecchio ci dice:Tu puoi vederlo, io penso, con le sue tempie alate e la sua forma delicata; egli indossa una corona di tutti i tipi di fiori, e presto intreccerà il giacinto con loro.”, anche se questo non ci viene mostrato da Martina, che penso volesse rendere centrale la scomparsa di Giacinto, simbolica poiché egli era più puro di quegli esseri divini che lo amavano e che si pensava fossero al di sopra di ogni cosa mortale. Ve lo dico, le pagine finali sono davvero struggenti e ho comunque adorato il modo in cui è stato rappresentato Zefiro in preda alla propria gelosia.
Giacinto insomma si è rivelato davvero una perla del fumetto italiano, ma Martina non era ancora soddisfatta e ci ha regalato anche Agape, una specie di spin-off a sé stante, che non richiede la lettura del volume precedente (ma ovviamente leggetelo!!!) e che approfondisce un altro aspetto dell’amore, ben diverso da quello che c’è stato tra Apollo e il principe spartano.

Come suggerisce il titolo, infatti, l’agape per gli antichi greci indicava l’amore incondizionato e disinteressato, quindi quello che può esserci tra fratelli o amici e che anche le divinità greche potevano provare per i loro protetti mortali. Infatti, in questo volume, Masaya vuole affrontare diversi punti di vista legati alla vicenda di Giacinto, esaltando il rapporto che ciascun personaggio coinvolto aveva col principe spartano.

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Ecco quindi che la prima riflessione sul tragico accaduto è quella di Afrodite, la dea dell’amore e della bellezza che nulla ha potuto però contro il fato e le conseguenze del sentimento che essa stessa rappresenta. Ho adorato il capitolo dedicato a lei perché offre un’interpretazione particolare della dea, meno divina e più umana, in balia dell’amore anche lei, una visione differente di una dea che finora ho sempre visto essere associata alla vanità e che invece merita di essere considerata in maniera diversa, soprattutto perché legata indissolubilmente al dio della guerra Ares (non a caso, dato che perfino nell’antica Grecia si combatté per amore, se pensiamo ad esempio alle origini della guerra di Troia). Dalla loro unione nascono Eros e Anteros, che in verità sono i due lati della stessa medaglia, i quali però non sempre possono coesistere e questo giustifica il fatto che non sempre l’amore ci renderà felici. Anzi ci farà soffrire, come soffre infatti Cinorta, fratello maggiore di Giacinto, che però capirà quanto tutti siamo deboli quando si tratta di amare, perfino gli dei. E soprattutto capirà che l’amore serve anche a far sopravvivere qualcuno nei nostri ricordi.

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Ho letto in giro che qualcuno riteneva entrambi i volumi come troppo pieni di tragicità, mentre io ritengo che questa sia quasi d’obbligo, se teniamo presente che nell’antica Grecia essa era diffusa e apprezzata, fra teatro e letteratura. Ho trovato quindi i dialoghi e i pensieri molto poetici e allo stesso tempo molto personali. La qualità dello storytelling, insieme a quella dei disegni è pari in entrambi i volumi e praticamente non ho altro da aggiungere, se non che penso che lo stile di Masaya si adatti perfettamente alla narrazione dei miti greci.

Ma spero invece che lei possa dirci qualcosa in più nella seguente intervista, a cui si è gentilmente prestata!

Ciao Martina e grazie per aver deciso di rispondere a queste domande! Cominciamo!
Da dove nasce questo interesse per la mitologia? È rivolto solo a quella greca, che già è molto vasta e sfaccettata, o anche a quella di altri paesi?
In realtà non sono un’appassionata di mitologia, mi interessa, ma non più di altri argomenti. Sono arrivata a Giacinto e a Agape in modo abbastanza casuale.

Perché hai scelto proprio il mito di Giacinto? Penso sia stato molto coraggioso, considerando che tratta di un amore omosessuale, che per il suo contesto era considerato la norma, mentre ora potrebbe far storcere il naso per tanti motivi (omofobia ma anche per una sorta di “feticismo” per lo yaoi che di recente si è molto diffuso).
Come dicevo, è stato un po’ casuale. Ero in un periodo di blocco e il mio vecchio editor mi spinse a cercare di creare una storia partendo da una favola o un mito. Pochi giorni prima mi ero casualmente imbattuta su quello di Giacinto girovagando per Facebook e la scelta è ricaduta su di lui. Mi sono sempre trovata a mio agio con il boy’s love, quindi ho trovato fosse una buona idea partire da qui.

So che hai già lavorato per altre testate dove il tuo tema era l’erotismo, dunque sei già piuttosto esperta. Cosa ami di questo genere e perché ti piace disegnarlo?
Sì, ho partecipato a “Curami” di Cyrano comics e a Sexy Tales special di Cronaca di Topolinia. Attualmente sto realizzano delle illustrazioni erotiche, magari da inserire in un artbook. Non so bene perché mi piaccia, forse perché lo trovo semplicemente libero, divertente. Che sia omosessuale, etero e quant’altro, esprimere l’amore con l’erotismo- talvolta tenero, talvolta più volgare- è forse la cosa che non mi stanca mai rappresentare.

Qual è la tua divinità greca preferita e perché?
Mmmmh, bella domanda! Forse Anteros, l’amore corrisposto. Cosa assai rara, quindi prezioso.

Come sei riuscita a conferire personalità e individualità a figure così impresse nell’immaginario generale includendo il tuo stile e la tua sensibilità?
Penso che ogni autore metta un po’ di se stesso nei personaggi che crea. Da Giacinto, Apollo, Afrodite, Zefiro e tutti gli altri, ho messo un piccolo frammento di me. Non per forza caratteriale, ma magari emozionale. Quando qualcuno legge Giacinto e Agape, in un certo senso mi sta leggendo nell’anima. A volte è un po’ imbarazzante, aha!

Come si è svolta la ricerca del mito? Per ogni mito ci sono più versioni raccontate da storici, poeti et similia, quindi come ti sei districata fra tutte le fonti e come hai scelto quali dettagli includere e quali escludere perché superflui?
Ho letto tutte le varie versioni trovate su internet, ho scelto le parti che più pensavo potessero, come detto sopra, dare vita a qualcosa che ho provato. Penso che per rendere un’opera credibile una piccola percentuale d’immedesimazione da parte dell’autore sia necessaria. Ho poi aggiunto altre cose io, di testa mia.

Devo dire che a me come personaggio, soprattutto la resa delle sue espressioni e del suo carattere geloso, Zefiro è piaciuto moltissimo. Cosa ne pensi del suo modo di amare (cito:”Amare come amo io è straziante!… è così dannatamente difficile e io l’ho fatto solo per te! Quello che fa lui invece lo sanno fare tutti!”)?
Zefiro è l’amore nobile che diventa morboso e malato. Penso anche io che sia interessante proprio per questo suo lato dark e assolutamente non condivisibile. Tuttavia, anche solo in minima parte, tutti hanno vissuto qualcosa di simile: amare in silenzio e soffrire. Certo, senza necessariamente (fortunatamente) sfociare in qualcosa di malato, ma spesso esperienze simili segnano.
C’è da dire che nemmeno il modo di amare di Apollo è sano, tutto ciò che lo muove è se stesso, dopotutto.

I pensieri sull’amore e sul desiderio espressi dai personaggi corrispondono ai tuoi? Sono domande e dubbi che ti sei posta anche tu?
Ecco, come dicevo sopra, sì. Soprattutto Agape nasce proprio dal bisogno di sfogare questi pensieri sull’amore.

So che hai un altro progettino in cantiere, di cui hai dato qualche anticipazione sulla tua pagina facebook, ce ne puoi parlare?
Arcobaleno avrà uno stile grafico molto vicino alle illustrazioni per bambini e vuole dare proprio l’idea di favola. Tuttavia parlerà di temi piuttosto profondi, nel suo sotto testo. Per ora non dico altro!

Sai già cosa farai dopo? Che tipo di fumettista sei?
Non saprei, ci sono molte cose che vorrei fare, ma non ho ancora ben capito cosa. Direi la fumettista confusa, a questo punto! Aha!

Ahahah grazie Martina per il tuo tempo e per averci dato questa bellissima storia da leggere! Noi altri spero ci ritroveremo presto su questa rubrica perché voglio intervistare ancora un sacco di gente 😉

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My Bookshelf: Gridare amore dal centro del mondo

Non so perché io abbia scelto Gridare amore dal centro del mondo come lettura per questo mese tutto dedicato all’amore, dato che non è affatto un libro allegro o particolarmente scritto bene. Lo avevo in libreria fin dal 2009 ma non l’ho mai riletto fino adesso, eppure l’ho scelto immediatamente quando si è trattato di dover decidere cosa proporvi per questo mese e spero vi colpirà come ha colpito me.

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Questa è la copertina dell’edizione in mio possesso, ma ce n’è anche un’altra se preferite quelle con fotografie 🙂

Questo libricino di poco più di cento pagine, di Kyoichi Katayama, ci racconta l’innocente storia d’amore tra Sakutaro e Aki. I due sono compagni di classe già alle medie ma durante i loro anni al liceo si avvicinano, scambiandosi un diario, rifacendo insieme la strada di casa, passando insieme le vacanze estive. Sono perfettamente a loro agio insieme e, a differenza di quello che capita solitamente tra le coppie giapponesi, comunicano spesso reciprocamente i propri sentimenti l’uno all’altra. Sakutaro dunque ci racconta come passano le sue giornate insieme ad Aki, che però lentamente ma inesorabilmente si ammala di leucemia. Fin dall’inizio sappiamo che Aki non sopravvive alla malattia, perché il racconto comincia proprio con Sakutaro che si dirige in Australia con la famiglia di lei per spargere le sue ceneri. Quelli che leggiamo infatti sono i ricordi di Sakutaro, ormai adulto, con un tono davvero malinconico che ci fa capire come in realtà non abbia mai superato davvero la morte di Aki.

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Kyoichi Katayama

Infatti, come storia parallela, c’è anche quella del nonno di Sakutaro, che impartirà al nipote una lezione sull’amore di cui lui stesso è esempio: la morte non sconfigge davvero la vita finché l’amore provato gli uni per gli altri rimane intatto nei cuori di chi vive. Anche dopo la morte possiamo incontrare di nuovo i nostri cari e questo deve darci la forza di andare avanti. Ed è con questa speranza, anche se piccola e praticamente insignificante, che Sakutaro ci parla della sua amata.

Questo perfetta dimostrazione di amore eterno mi sembrava adatta quindi per questo periodo, nonostante il triste epilogo, poiché in realtà vuole solo essere un incoraggiamento a dare il meglio di noi nell’amare incondizionatamente qualcuno, nella maniera più pura.

Il racconto scorre via in un soffio, come se guardassimo un film (film che tra l’altro è stato effettivamente prodotto, insieme ad un drama e ad un manga omonimi), ha uno stile semplice e senza fronzoli ma che comunque riesce a trasmettere i sentimenti dei personaggi. Il libro in Giappone ha avuto un tale successo, all’epoca della sua uscita, da superare il record di vendite di Norwegian Wood di Murakami e in questo senso ritengo sia meritato, poiché in molte meno pagine è riuscito a trasmettermi molto di più. Non lo definirei un bestseller, ma se non voleste nulla di impegnativo che però sia toccante e piacevole da leggere, seppur dolceamaro, sicuramente fa per voi.

P.s.: ho scoperto solo con questa rilettura che è stato tradotto da una prof del mio corso all’università! Sono tentata di chiederle un autografo ahahah

Amare una persona significa

MANGA REVIEW: Lovely Complex

Questo mese trattiamo di amore, com’è giusto che sia quando si avvicina San Valentino! Ma non preoccupatevi, tutto quello che proporrò sarà adatto anche per tutti i single là fuori! 😀

Se mi venisse chiesto quale manga associo all’amore e a tutte le sue difficoltà, non posso fare a meno di pensare a Lovely Complex per primo! Uno di quelli che più mi è rimasto nel cuore per la sua semplice comicità e dolcezza con cui ci propone la storia di una coppia di liceali apparentemente male assortita.

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Per chi non lo conoscesse, Lovely Complex, anche abbreviato in LovCom, ci narra le vicende di Risa Koizumi e Atsushi Otani, compagni di classe che per ironia della sorte non rispecchiano per niente il significato dei loro cognomi: Koizumi infatti significa “piccola fonte” ma Risa è più alta rispetto alla media delle ragazze giapponesi; Otani invece significa “grande valle” ma, al contrario, lui è piuttosto basso. Per questo i due continuano a punzecchiarsi sulle proprie stature, finché entrambi si rendono conto che a causa dei propri complessi non hanno ancora trovato un ragazzo e una ragazza con cui stare. Così mettono da parte le loro solite baruffe per conquistare gli oggetti del loro interesse, tra malintesi, piani architettati che finiscono in buchi nell’acqua e risate.

La storia si sviluppa lungo poco più di una dozzina di volumi, quindi è discretamente lungo senza però annoiare perché la storia è lineare e disseminata di colpi di scena e situazioni al limite dell’assurdo in maniera sapiente.

Il punto forte di LovCom è proprio il fatto che, purtroppo, nonostante la buona volontà dei protagonisti, soprattutto Koizumi, niente va come sperato e dunque si creano situazioni sempre più divertenti per noi e stressanti per i protagonisti, a partire dall’uscita organizzata in piscina con tutto il loro gruppo di amici fino a tutte le successive occasioni create dai due!

L’autrice si diverte molto soprattutto nel disegnare le loro emozioni, con espressioni del viso scorbutiche o reazioni esagerate, dando vita ad una comicità davvero in apparenza banale ma che in realtà può arrivare a tutti, anche a noi stranieri che abbiamo un senso dello humour diverso da quello giapponese. Qui sotto potete vederne solo alcune di quelle presenti nell’anime, nel manga sono ancor più numerose!

La comicità è tratta soprattutto dal rapporto tra Risa e Otani, ma non mancano elementi di stampo classico del genere shojo, come il travestitismo di altri personaggi o le gite scolastiche, che però vengono resi in modo completamente originale e che personalmente non ho mai visto prima. In questo modo, ogni personaggio, anche se presente per pochi episodi e dunque secondario, è ben caratterizzato e approfondito a sufficienza da poter entrare o meno nelle simpatie del lettore così come accade a Risa.

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A proposito proprio di Risa e Koizumi, il complesso dell’altezza di entrambi è la scusa con cui i due vengono fatti avvicinare fino poi a capire che la loro statura non è certamente un ostacolo nelle loro relazioni. Ed è un messaggio che, seppur trasmesso sottotesto, è ovviamente molto importante e positivo: non dobbiamo pensare di non essere adatti per stare con qualcuno solo a causa del nostro aspetto fisico, perché ciò che conta è come ci sentiamo insieme agli altri e dunque bisogna circondarsi solo di chi ci fa stare bene, oltre a essere importante il fatto di accettare innanzitutto noi stessi per come siamo (questo tra l’altro vale anche per il personaggio di Seiko, che compare più avanti a mettere scompiglio nella vita scolastica di Risa e Otani!). Poi loro due sono davvero dei protagonisti adorabili: Risa è la classica ragazza carina ma che non sa di esserlo e quindi cercando di esserlo apposta fallisce miseramente, tornando ad essere la solita nerd impacciata (Risa infatti adora giocare agli otome game, un esempio di questo tipo di giochi è l’ormai famosissimo Mystic Messenger, per capirci), mentre Otani è piuttosto sicuro di sé nonostante non sia il solito ragazzo bellissimo che siamo abituate a vedere in questo tipo di storie.

Un’altra cosa per me davvero apprezzabile (senza darvi troppe anticipazioni nel caso vogliate recuperarlo) è il fatto che la storia non si concluderà con il raggiungimento dell’obbiettivo da parte di Otani e Koizumi di trovarsi un partner, ma andrà oltre, esplorando anche quelli che sono i momenti più importanti e dolci della vita di coppia, in particolare per chi di coppia ne sa poco e niente ahahah!

Tutto questo quindi distingue Lovely Complex dalla stragrande maggioranza degli shojo che pullulano sugli scaffali delle fumetterie, poiché ogni cosa conferisce più realismo alla vicenda altrimenti veramente troppo estremizzata per poter essere presa sul serio.

Perché così dovrebbe essere letto LovCom, consci del fatto che l’amore funziona proprio come accade a Otani e Koizumi: ci sono alti e bassi (in tutti i sensi!), sensi di inferiorità o inadeguatezza, incomprensioni e frustrazioni, casini di ogni tipo che ci porteranno sicuramente fuori dalla via che avevamo tracciato ma che allo stesso tempo possono anche darci momenti di gioia inaspettata e risate sincere, se vissuto serenamente!

Lovely Complex ormai è un must del genere, perché in qualche modo lo ha rivoluzionato riuscendo a distinguersi per le sue qualità e vi consiglio anche la visione dell’anime, che ha delle belle musiche, sigle accattivanti, colori vivaci e un doppiaggio simpatico che valorizza gli atteggiamenti fuori dalle righe di ogni personaggio (anche se io sono stata fortunata e l’ho visto in lingua originale prima che arrivasse in Italia e l’effetto è identico)! Non aspettatevi animazioni perfette a livello tecnico, però sappiate che troverete sicuramente lo stesso divertimento del manga 😀

Conoscevate già LovCom? Fa parte della vostra top anime shojo? Fatemi sapere invece se lo guarderete per la prima volta, spero vi piacerà!

#NostalgiaPortamiVia: NANA

L’aria fredda dell’inverno porta con sé piacevoli ricordi e malinconia, ecco perché ci ritroviamo finalmente, dopo secoli, su questa rubrica! Presa da questo raptus nostalgico, dunque, mi sono guardata su VVVVID (vi aspettavate dicessi Netflix eh???) tutte le 50 puntate dell’anime di NANA, per un bel viaggio sul treno dei feels! Pronti a partire anche voi?

Breve accenno alla trama, per rinfrescare la memoria o per informare le giovani leve: la nostra storia ha inizio quando le due protagoniste si incontrano per caso su un treno che dalla provincia va verso Tokyo. Ciò che le accomuna, oltre alla destinazione, è il nome identico: Nana (che può voler dire “sette” in giapponese, numero molto ricorrente all’interno della serie). Le somiglianze in realtà si fermano qui: Nana Komatsu è una ragazza spensierata ed esagitata e si sta trasferendo a Tokyo per amore, mentre Nana Osaki, ragazza apparentemente più posata nonostante l’outfit punk, si dirige verso la capitale per tentare di sfondare nel mondo della musica. Le due sembrano destinate a separarsi come facciamo tutti dopo un viaggio interminabile con degli sconosciuti, ma il loro voleva essere un incontro fatale e infatti finiranno per affittare lo stesso appartamento, diventando coinquiline e amiche.

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My bookshelf: Cronache di un gatto viaggiatore

Eccoci con la prima recensione dell’anno! E visto che è la prima, perché non cominciare subito con un libro strappalacrime?

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Hiro Arikawa

Cronache di un gatto viaggiatore di Hiro Arikawa pare sia stato un caso editoriale in Giappone e siccome noi sappiamo bene quanto i gatti facciano parte della cultura giapponese (e se non lo sapete qui ho scritto un articolone a riguardo!) non ho potuto esimermi da questa lettura, tanto più che non avevo mai letto ancora un romanzo che trattasse dell’amicizia tra un umano e il suo compagno peloso.

Si può dire, in realtà, che l’incontro tra Satoru e il suo gatto sia stato l’inizio non solo di una semplice amicizia, ma di un legame profondo di fiducia reciproca e di comprensione, una comprensione tale da non rendere nemmeno necessarie delle spiegazioni.

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Ma andiamo con ordine. Satoru è il protagonista di questo racconto velato di una nostalgia inspiegabile, reso scorrevole e piacevole nonostante ciò dalla voce narrante del gatto in questione. Satoru salva infatti il gatto dopo che questi rimane vittima di un incidente e gli dà il nome Nana, per via della sua coda ad uncino che gli ricorda il numero sette (nana in giapponese). Nana in realtà, pur essendo randagio, non era in cerca di un padrone ma dopo esser guarito con le cure di Satoru, decide di non andarsene e accetta questo nome. I due cominciano quindi a condurre una vita piuttosto tranquilla insieme finché un giorno Satoru porta con sé Nana per un lungo viaggio, volto alla ricerca di qualcuno che possa prendersi Nana in affido.

Fino quasi alla fine non sapremo perché Satoru sta cercando un nuovo padrone per Nana e quest’ultimo ovviamente non si mostrerà assolutamente d’accordo con questa decisione, mandando a monte ogni incontro con dei possibili nuovi padroni. Infatti, il libro vuole essere una sorta di “throwback” sulla vita di Satoru, il quale a causa del lavoro della zia da cui era stato adottato non si è mai potuto trattenere a lungo nella stessa città. Per questo il viaggio che compie insieme a Nana sarà attraverso il Giappone, per rivolgersi agli amici più cari e chiedere loro di prendersi cura di Nana. Nana però non è assolutamente un gatto sprovveduto, come spesso egli stesso non manca di ribadire nelle sue narrazioni, e pur capendo la necessità di Satoru, non accetta di allontanarsi da lui. Il fatto che il racconto di questo viaggio sia in buona parte narrato dal punto di vista di Nana rende il tutto ancora più struggente, poiché con i suoi occhi non solo riceviamo un’ottica delle cose completamente differente (come quando sperimenta per la prima volta la vista del mare o l’incontro con un cane) ma possiamo capire quanto stretto possa diventare il legame tra padrone e animale.

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Lo stile di narrazione è leggero, anche quando non parla Nana e si passa alla terza persona, sembra di camminare in punta di piedi attraverso le vicende dell’infanzia e adolescenza di Satoru e nel venire a conoscenza delle sue esperienze ci sembra quasi di diventare anche noi suoi amici. Una delicatezza tipica di questo tipo di romanzi giapponesi, che apprezzo molto se non diventa troppo artificiosa con l’avanzare della storia. E questo crescendo di familiarità raggiunge il suo culmine quando scopriamo il motivo che porta Satoru a compiere un lunghissimo viaggio fino ad arrivare in Hokkaido, l’isola più a nord del Giappone e famosa per il suo clima rigido e nevoso. Un viaggio che assume quindi carattere metaforico, rappresentando ovviamente quello che è questa vita terrena, che può essere reso piacevole e degno di essere vissuto se si è consapevoli di aver avuto sempre qualcuno accanto.

Ho fatto un pochino fatica a finire questo libro proprio per il messaggio che trasmetteva, tant’è che leggendolo in treno mi sono dovuta fermare perché mi stavano venendo le lacrime agli occhi. La vita è un continuo susseguirsi di cambiamenti e spesso questi portano anche alla conclusione di qualcosa di speciale che non vorremmo finisse mai perché fa troppo male. Ma si deve imparare ad accettarlo e andare avanti, conservandone il ricordo.

Mi è piaciuto che tale messaggio venisse veicolato tramite un gatto, animale da compagnia amato da molti ma considerato forse troppo indipendente per poter essere un compagno fedele al pari della sua controparte canina, e penso sia sicuramente anche un ottimo regalo per un amante dei gatti (oh e in questo caso, se avete amici in fissa col Giappone, ho una lista di regali validi per ogni occasione!).

Se lo avete letto o lo leggerete, fatemi sapere cosa ne pensate e non mancate al prossimo post!

BujoAddict: nuovo bujo e nuove pagine!

Nuovo anno, nuova vita!

No ok, non è così semplice, ma cercare di partire col piede giusto è già qualcosa no? Anche per voi, questa è l’occasione migliore per cominciare un bullet journal e se ancora non lo avete fatto, vi rimando al mio primo articolo che vi spiega cos’è e perché dovreste averne uno e in seguito ai due articoli dove vi spiego cos’è il Calendex e come potreste strutturare i giorni e le settimane sul vostro bujo!

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Detto questo, vorrei mostrarvi il mio nuovo bullet journal, stavolta non si tratta di una Leuchtturm1917, come vi consigliavo negli articoli precedenti, ma di uno Scribbles that matter, che è la bomba del momento in questo ambiente! Non solo perché uguale in tutto e per tutto alla classica Leuchtturm (quindi comprensivo di indice e pagine numerate e puntinate) ma con degli extra che mi hanno portato a sceglierlo immediatamente: innanzitutto la grammatura della carta, 100g, quindi spessa abbastanza da non far trapassare praticamente nessuna penna, nemmeno gli Stabilo Pastel che vanno di moda ultimamente e che anche io utilizzo (come vedrete nelle pagine che vi mostrerò); inoltre c’è una pagina dedicata alle keys, cioè i simboli che decidete di usare per cose da fare, eventi, ecc. e il color code, se avete più aspetti della vostra vita di cui occuparvi e da poter riconoscere a occhio; c’è anche un pen loop per avere sempre una penna a disposizione; e perfino una pagina per il pen test, per verificare che le vostre penne non trapassino la pagina!

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Ci sono tanti colori diversi e ci sono entrambe le versioni con o senza i doodles in bassorilievo sulla copertina

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HOME CINEMA: Tokyo Godfathers

Anche sotto Natale, non ci facciamo mancare nulla quindi eccomi con un commento dedicato ad un’altra opera di Satoshi Kon (se ve lo siete persi, leggete anche l’articolo dedicato a Paprika e recuperate anche quello!).

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Proprio nella vigilia di Natale, sotto il cielo di Tokyo, ha inizio questa storia, che vede coinvolti tre barboni: Hana, un omosessuale travestito un po’ grottesco e ridicolo; Gin, un ex ciclista che ha perso la propria famiglia, burbero ma dal cuore tenero; Miyuki, una ragazzina scappata di casa, scontrosa e irritabile. I tre si sono ritrovati per andare a cercare tra i rifiuti i rispettivi regali di Natale, quando sentono all’improvviso il pianto di una bambina abbandonata. Solo Hana vorrebbe occuparsene e tenerla con loro, mentre Miyuki e Gin insistono per portarla alla polizia. Il giorno di Natale inizia quindi per loro un percorso alla ricerca dei veri genitori di Kiyoko, questo il nome dato alla bambina dai tre compagni, e alla riscoperta dei “fantasmi” del loro passato (no, non quelli del signor Scrooge!)

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